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Expo-Forum sulla Telemedicina e la Sanità elettronica

Pubblichiamo un estratto dell’intervista di Telemeditalia a Giorgio Moretti, Presidente del Consorzio CICoM e AD del Gruppo Dedalus, per fare “il punto” sullo stato dell’e-Health

- Dr. Moretti puó spiegare ai nostri lettori cosa significhi la sigla CICoM?

- CICoM sta per Consorzio per l’Interoperabilitá e la Cooperazione Medica. Il Consorzio é nato il 5 maggio 2005 per conferire omogeneitá e facilitare le modalitá d’interazione tra le diverse cartelle informatizzate, realizzate da differenti produttori di software, utilizzate dai Medici di medicina generale e dai Pediatri di libera scelta ed i vari soggetti istituzionali del mondo sanitario come ministero, regioni, ASL, istituzioni, comprese le organizzazioni dei medici e le loro societá scientifiche. Attualmente CICoM é il primo soggetto rappresentativo per numerositá di utenti a perseguire concretamente l’obiettivo di garantire supporto alla medicina territoriale nei suoi obiettivi di assistenza al cittadino per la tutela della salute, assicurando una rete di sistemi informativi e di servizi correlati, in un’ottica d’integrazione fra medicina del territorio e medicina ospedaliera. I prodotti delle diverse aziende consorziate, al di lá di chi fornisce dati di pura fantasia, sono infatti utilizzati da oltre 26.500 Medici di medicina generale e 3.500 Pediatri di libera scelta, coprendo, di fatto, l’85% di chi utilizza software di cartelle informatizzate professionali.

- Dopo il Workshop sulla telemedicina, organizzato a Roma il 30 maggio scorso, qual é, a suo parere, il percorso da compiere per portare finalmente “a sistema” la telemedicina in Italia?

- Il problema alla base delle difficoltá di introdurre tecnologia ICT nel settore della sanitá non é quello tecnologico, bensí quello culturale. Il problema si avverte in tutti i settori delle linee di management ed operative dell’organizzazione sanitaria. Ma l’origine di tali problemi é la concezione amministrativa e non clinica che sta alla base del processo di gestione del sistema sanitario. E’ chiaro che se la prioritá percepita é la contabilitá generale e non gestire in maniera efficiente il processo clinico tutto si orienta in tal senso. Finchè i direttori generali non considereranno l’elemento clinico quale driver della loro azione, cioé dare qualitá della cura in un contesto di sostenibilitá economica, tutto l’apparato di comando e controllo non si orienterá nella direzione giusta. Senza un cambio culturale continueremo a spendere in ICT solo lo 0,5% rispetto alla spesa sanitaria globale e di questa parte, valore comunque irrisorio per un paese civile, oltre l’80% se ne andrá in software e servizi per la contabilitá generale, paghe, magazzino… insomma applicazioni gestionali e non cliniche. Certamente tutti elementi importanti ma secondari rispetto ad avere sistemi informativi clinici (cartelle elettroniche, sistemi di supporto alla decisione, sistemi di controllo del rischio clinico…) e strumenti di supporto alla clinical governance, oggetto di mille convegni e nessuna reale applicazione. Solo quando sará chiara l’evidenza che il costo non si calcola a posteriori ma si governa e si indirizza nel momento stesso in cui si genera, cioé nella fase clinica, allora avremo iniziato la svolta necessaria al paese ed intraprenderemo un percorso virtuoso nell’interesse del sistema: cittadini, operatori sanitari, amministratori…. In questo campo l’ICT é in grado di dare un contributo formidabile.

- Da tempo si parla delle nuove tecnologie in sanitá. Chi, a suo giudizio, dovrebbe coordinarle? Un’agenzia nazionale? Il ministero della Salute? Quello dell’Innovazione?

- Questo é un problema serissimo che non si affronta con l’autoritá, anche perchè in piena epoca devolutiva mancano gli strumenti legislativi adatti, ma con l’autorevolezza. Viviamo di mille commissioni, cabine di regia, tavoli della sanitá elettronica, convegni, societá scientifiche ed associazioni varie. Certamente abbiamo assistito per molti anni ad una assoluta mancanza di autorevolezza da parte del ministero della Salute. Il ministero avrebbe dovuto proporre un modello, un sistema organico e credibile da sottoporre alle regioni. Il problema dei nomenclatori non é stato mai risolto. Tale modello poteva anche non essere adottato ma avrebbe rappresentato, in ogni caso, un oggetto con il quale confrontarsi. In questo vuoto di proposizione ogni regione ha fatto come ha voluto, spesso innescando una competizione inutile e duplicando prodotti spesso non ben realizzati. “Autorevolezza” significa capacitá di coinvolgere i migliori soggetti del settore, che abbiano un riconoscimento reale da parte di tutti gli attori presenti sul mercato: esperti reali, societá private del settore, medici ed infermieri evoluti, direttori di sistemi informativi di ASL o di regioni che abbiano giá dimostrato di far avanzare il sistema. Per troppo tempo abbiamo proceduto scegliendo i soggetti sulla base di equilibri politici senza mettere insieme quelle poche persone che sono in grado di produrre una proposizione autorevole. Non é importante chi fa la chiamata ma é necessario che qualcuno la faccia. E finalmente il ministero della Salute ha fatto la chiamata. Ci pare che questa volta saranno coinvolte solo persone competenti e disposte ad un rapido e fattivo confronto con obiettivo di risultato; potrebbe essere veramente la volta buona.

- Dr. Moretti, qual é attualmente lo “stato dell’arte” della sanitá elettronica nel nostro Paese?

- Ho giá anticipato alcuni dati. Negli ultimi tre anni la spesa in ICT sanitario é cresciuta meno dell’1% annuo, a fronte di una crescita della spesa sanitaria di oltre il 7%. Nel 2006 la spesa in ICT sanitario é stata di 516 milioni di euro. Questi sono dati AITech-Assinform. Quindi la giá misera quota di spesa in ICT inferiore allo 0,5% si é proporzionalmente ridotta negli ultimi anni. Come dire: dal nulla al meno di niente. La media europea é del 2%. L’Italia, incluse nazioni appena entrate nell’Unione, é penultima. Di questo valore globale di spesa dobbiamo segnalare che l’industria del software sanitario non supera il 30% del totale. Il 5% é speso dal ministero della Salute, il resto é fatturato delle societá pubbliche regionali. Questa dinamica crea un mercato asfittico ed inesistente che non consente all’industria del software clinico sanitario di svilupparsi avviando anche un ciclo virtuoso per il sistema paese: ma questa é solo un’aggravante.

- Nel Workshop é stata presentata anche la neocostituita Societá Italiana Telemedicina e sanitá elettronica (SIT). Ritiene che tale Societá medico-scientifica possa costituire un “punto di riferimento” per le Istituzioni ai fini dello sviluppo della telemedicina e della sanitá elettronica nel nostro Paese?

- Certamente l’azione di mettere insieme i migliori cultori della materia ed i piú esperti e volenterosi operatori che agiscono in tutto il processo sanitario é una novitá interessante. Se il lavoro di condivisione tecnico-scientifico di questa nuova entitá sará impostato e finalizzato ad applicazioni pratiche, la SIT potrá diventare un ottimo interlocutore in grado di definire specifiche dei bisogni informatici. Non bisogna invece correre il rischio di creare un’ulteriore entitá che fa convegni senza portare delle proposizioni sistematiche. Noi dell’industria del software auspichiamo la nascita di entitá operative alle quali dare il nostro contributo esattamente come avviene in tutti i paesi avanzati.

Fonte: www.telemeditalia.it