Via Internet le diagnosi dei malati di cancro dello Zambia. Analisi a distanza rese possibili dalla tecnologia e dalla testardaggine dei medici dell´associazione “Patologi oltre frontiera”. Un progetto unico in Europa che coinvolge decine di specialisti e tecnici di laboratorio
Succede tutto sull´asse tra Desio e la cittadina di Chirundu, a novemila chilometri di distanza, dove si trovano il piú importante ponte che attraversa lo Zambesi e un piccolo ospedale missionario, il Mtendere Mission Hospital, privo di strumenti e personale in grado di formulare una diagnosi. «Nel 2004 si rivolse alla nostra associazione Paolo Marelli, un medico che da oltre 30 anni opera nella zona. Cosí é partita questa esperienza», spiega Agostino Faravelli, vicepresidente di “Patologi oltre frontiera”, primario di patologia all´ospedale di Desio e responsabile del progetto. La telemedicina, dove ad essere spostate sono le informazioni e non il paziente, nasce nel 1976 con la trasmissione telefonica di elettrocardiogrammi. Oggi le sue applicazioni sono vaste: dalla radiologia alla neurologia.
«In Italia – osserva Vincenzo Stracca Pansa, presidente di “Patologi oltre frontiera” – ci sono 3.000 anatomo-patologi che operano nel campo della diagnostica. Nello Zambia ce n´é uno solo, per una popolazione di 10 milioni di persone. Una situazione comune a tutti i paesi dell´Africa subsahariana. Nello Zimbabwe non ce n´é neanche uno». Per ovviare a una situazione endemica, si é deciso di formare sul posto personale qualificato: «Pensare di arrivare a poter contare su specialisti della materia avrebbe voluto dire impiegare troppo tempo. Piú semplice sarebbe stato istruire dei tecnici e questa é stata la strada imboccata», dice il responsabile del progetto. Sono stati scelti due ragazzi africani, un giardiniere e un operaio, che dopo un anno e mezzo passato tra teoria e vetrini, ora sono in grado di eseguire la maggior parte degli esami clinici. Una volta effettuato il prelievo, i due allestiscono i vetrini e, nei casi dubbi, passano allo scanner i preparati istologici realizzando delle immagini digitalizzate. A questo punto il vetrino virtuale viene inviato in Italia grazie a una connessione satellitare.
«Nel momento in cui avviene la trasmissione, siamo in grado di vedere quello che vedono i tecnici africani, come se fossimo davanti al microscopio – chiarisce la dottoressa Laura Viberti, dello staff medico dell´associazione – . L´ospedale di Desio é diventato il punto di raccolta dei dati, dove dei giovani medici fanno una prima scrematura. In seguito, ogni esame viene rivisto da anatomo-patologi esperti, sparsi su tutto il territorio italiano, che prestano la loro opera come volontari. Ogni sei mesi, poi, ci viene inviato tutto il materiale negativo per un ulteriore controllo. Fino ad oggi non abbiamo riscontrato discrepanze tra i risultati maturati via Internet e quelli fatti qui: segno che il sistema funziona». Quando le diagnosi virtuali tornano a Chirundu, i pazienti ricevono la terapia adeguata.
La maggior parte degli esami (800 nell´ultimo anno) sono Pap-test finalizzati a prevenire il tumore della cervice uterina. Il perchè lo chiarisce Stracca Pansa: «Nello Zambia questa patologia coinvolge il 15% della popolazione femminile perchè il virus dell´Hiv é molto diffuso e di conseguenza le donne hanno una minore resistenza alle infezioni esterne, tra cui il papilloma virus in grado di causare il tumore al collo dell´utero». I “Patologi oltre frontiera” hanno intenzione di allargare il loro raggio di azione. «Siamo in attesa di una risposta dalla Regione per accedere a dei finanziamenti. Il problema piú grosso é quello di reperire fondi» conclude Faravelli. Esperimenti analoghi sono in corso in Tanzania, Kosovo, Palestina, Cuba, Egitto e Madagascar. Molti altri Paesi africani sono in coda e hanno giá chiesto di essere inclusi.
Fonte: espresso.repubblica.it



